Da allora, le forze armate iraniane hanno condotto almeno quattro esercitazioni militari nel Golfo Persico, simulando attacchi a navi da guerra statunitensi e britanniche. La Marina degli Stati Uniti ha confermato la presenza di unità nel Golfo, ma ha smentito qualsiasi intenzione di conflitto diretto. L’Iran non è nuovo a questo tipo di escalation controllata. Negli ultimi sei mesi, Teheran ha ripetutamente testato missili balistici — tra cui il Sejjil-2, capace di colpire obiettivi a 2.000 chilometri di distanza — e ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta alle sanzioni occidentali. La mossa più recente, però, è significativa perché arriva mentre Pezeshkian — figura di compromesso tra le fazioni riformiste e conservatrici — cerca di stabilizzare un Paese diviso tra proteste interne e pressioni esterne. Il suo discorso, tenuto davanti al Consiglio di Sicurezza Nazionale, non è stato un semplice avvertimento retorico: è la prima volta che un presidente iraniano usa un linguaggio così esplicito su un «confronto inevitabile» dopo l’attacco del 29 agosto. La strategia di Pezeshkian, tuttavia, si scontra con una realtà economica fragile. L’Iran, già colpito dalle sanzioni statunitensi e dall’esodo di capitali dopo la rivoluzione