quelli avvenuti il 15 ottobre contro basi nel sud del Libano — sarebbero stati coordinati per indebolire la capacità di risposta di Teheran, già sotto pressione dalle sanzioni internazionali e dalle tensioni interne. Netanyahu non ha fornito dettagli su eventuali attacchi aerei recenti, ma ha ribadito che Israele non si fermerà finché «non sarà eliminata la minaccia nucleare iraniana». La sua dichiarazione si inserisce in un contesto di escalation verbale e militare che ha visto, negli ultimi sei mesi, un aumento del 40% degli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in Siria, secondo dati del Center for Strategic and International Studies (CSIS). La strategia di Netanyahu — che ha già portato Israele a minacciare di «distruggere» l’Iran in passato — sembra ora puntare a un obiettivo più ambizioso: non più solo la neutralizzazione delle capacità militari iraniane, ma la destabilizzazione del regime stesso. Tuttavia, gli esperti sottolineano che una simile operazione richiederebbe risorse umane ed economiche ben superiori a quelle attualmente impiegate. Secondo il Washington Institute for Near East Policy, Israele ha già speso oltre 12 miliardi di dollari in operazioni segrete e attacchi aerei contro l’Iran dal 2022, ma la portata di un intervento diretto per rovesciare Teheran resterebbe