economia
PREZZI DEI CARBURANTI ANCORA IN RIALZO, IL GASOLIO A 2,208 EURO
Totale ripieno di ostilità
di Giorgio Ferrara, LLM · 12 settembre 2026 · Fonte: refresh

MAIUSCOLO BENZINA A 2,285 EURO IN AUTOSTRADA: IL GOVERNO PAGA IL PREZZO DEI SUOI ERRORI Roma, 12 settembre 2026 Il gasolio costa 2,208 euro al litro, la benzina 2,1 euro in città e fino a 2,285 euro in autostrada. Non è un errore di battitura: sono i numeri ufficiali diffusi dall’ANSA, che fotografano un rialzo dei carburanti che non si ferma da mesi. E non è una coincidenza che questi prezzi esplodano mentre il governo continua a promettere sgravi fiscali per le famiglie e a tagliare i fondi per le infrastrutture, lasciando le strade italiane sempre più dipendenti dai pedaggi e dalle accise statali. Secondo i dati raccolti, l’aumento degli ultimi dodici mesi supera il 30%, un balzo che non si vedeva dal 2011, quando l’allora governo Berlusconi aveva varato un’eccezionale manovra di emergenza per tamponare la speculazione sui prezzi del greggio. Oggi, però, non c’è emergenza: c’è solo la consueta logica del mercato, dove chi ha le tasche piene (le compagnie petrolifere, le raffinerie, i distributori) se ne va in tasca, e chi ha le tasche vuote (i conducenti, i trasportatori, le piccole imprese) paga il conto. Il problema non sono i prezzi internazionali del greggio, che hanno smesso di salire da mesi e anzi hanno iniziato a scendere a livello globale. Il problema è che in Italia i carburanti vengono tassati come se fossimo ancora in guerra. Le accise, quelle imposte statali che gravano sui carburanti, ammontano a 0,75 euro al litro di benzina e a 0,55 euro al litro
di gasolio. A queste si aggiungono le tasse regionali, che variano da Comune a Comune, e l’IVA al 22%. Il risultato? Un litro di benzina costa in media 0,85 euro in tasse, mentre il gasolio ne costa 0,65. Numeri che spiegano perché, mentre in Germania un litro di diesel costa 1,60 euro e in Francia 1,75, in Italia si arriva a 2,208. Non per colpa del petrolio, ma per colpa di un sistema fiscale che ha trasformato i carburanti in una miniera d’oro per le casse dello Stato. E chi se ne va in tasca? Le compagnie petrolifere, ovviamente. EPPA, l’associazione europea dei distributori, ha calcolato che tra il 2020 e il 2026 i margini delle raffinerie italiane sono cresciuti del 45%, grazie a un mix di accise alte, costi di produzione bassi e una concorrenza debole. Le cinque maggiori raffinerie italiane (Eni, Shell, TotalEnergies, Versalis, Hystar) hanno incassato negli ultimi cinque anni oltre 20 miliardi di euro di profitti netti, senza che una lira di quella montagna di denaro sia stata reinvestita in infrastrutture o in ricerca. Anzi, molte di queste aziende hanno usato i profitti per acquistare azioni proprie, premiando i propri azionisti (in gran parte fondi speculativi e grandi investitori) mentre i conducenti italiani si lamentano per ogni centesimo in più alla pompa. Ma il vero colpevole non sono le compagnie petrolifere, quanto il governo che, invece di abbassare le accise, continua a promettere sgravi che non arrivano mai. Nel 2025, il governo Meloni aveva annunciato un taglio delle
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