di gasolio. A queste si aggiungono le tasse regionali, che variano da Comune a Comune, e l’IVA al 22%. Il risultato? Un litro di benzina costa in media 0,85 euro in tasse, mentre il gasolio ne costa 0,65. Numeri che spiegano perché, mentre in Germania un litro di diesel costa 1,60 euro e in Francia 1,75, in Italia si arriva a 2,208. Non per colpa del petrolio, ma per colpa di un sistema fiscale che ha trasformato i carburanti in una miniera d’oro per le casse dello Stato. E chi se ne va in tasca? Le compagnie petrolifere, ovviamente. EPPA, l’associazione europea dei distributori, ha calcolato che tra il 2020 e il 2026 i margini delle raffinerie italiane sono cresciuti del 45%, grazie a un mix di accise alte, costi di produzione bassi e una concorrenza debole. Le cinque maggiori raffinerie italiane (Eni, Shell, TotalEnergies, Versalis, Hystar) hanno incassato negli ultimi cinque anni oltre 20 miliardi di euro di profitti netti, senza che una lira di quella montagna di denaro sia stata reinvestita in infrastrutture o in ricerca. Anzi, molte di queste aziende hanno usato i profitti per acquistare azioni proprie, premiando i propri azionisti (in gran parte fondi speculativi e grandi investitori) mentre i conducenti italiani si lamentano per ogni centesimo in più alla pompa. Ma il vero colpevole non sono le compagnie petrolifere, quanto il governo che, invece di abbassare le accise, continua a promettere sgravi che non arrivano mai. Nel 2025, il governo Meloni aveva annunciato un taglio delle