Emerge dall’acqua. Non è un attacco improvviso: lo squalo nuota intorno al surfista, studiandolo, valutando la preda. Fanning, consapevole del pericolo, non si lascia prendere dal panico. Mentre l’animale si avvicina, lui alza il braccio destro e colpisce la pinna dorsale con un pugno secco. Lo squalo si ritrae, confuso. Fanning approfitta dell’istante per uscire dall’acqua e raggiungere la spiaggia, dove i compagni di gara lo attendono in stato di shock. "Ho sentito la morte dietro di me", scrive Fanning. "Non era un’idea astratta. Era reale, tangibile. E io l’ho affrontata con le mani." Il racconto non è solo una storia di coraggio fisico, ma anche di resilienza mentale. Fanning spiega come, dopo l’incidente, abbia dovuto ricominciare a fidarsi del mare, a leggere le sue intenzioni senza farsi travolgere dalla paura. "Ho capito che il surf non è solo una questione di abilità", dice. "È una questione di rapporto con il pericolo. E io, quel giorno, ho stretto la mano alla morte. E lei ha sorriso." La frase, seppur metaforica, è una sintesi perfetta di quello che ha sempre distinto Fanning dagli altri campioni: non solo sa cavalcare le onde, ma sa anche misurarsi con ciò che le nasconde. Il libro, pubblicato da Simon & Schuster, non si limita a descrivere l’episodio. È un viaggio attraverso la carriera del surfista, le pressioni del mondo dello