di Verona, si inserisce in una tradizione di storytelling sportivo che mescola memoria e marketing. Il tennis italiano, come molti altri sport, ha bisogno di queste leggende per sopravvivere: i racconti di chi ha vinto gli Slam, di chi ha perso a un soffio, di chi ha dovuto lottare contro il sistema per farsi spazio. Il centenario, seppur anonimo, rappresenta l’anello mancante tra il passato e il presente, quel ponte che le federazioni e i club cercano di costruire ogni volta che organizzano iniziative del genere. Ma dietro la nostalgia c’è sempre un interesse economico: i bambini che assistono a questi incontri saranno i futuri tifosi, i futuri clienti delle accademie, i futuri spettatori dei tornei. Il tennis italiano, come molti altri sport, vive di queste narrazioni, di questi rituali che servono a vendere magliette, biglietti e diritti televisivi. Panatta, che ha partecipato all’iniziativa con il suo solito garbo, ha evitato di cadere nel teatrino delle dichiarazioni retoriche. Non ha parlato di "emozioni", di "ricordi indimenticabili" o di "sogni realizzati". Ha