È valsa minacce e tentativi di censura. In Ruanda, ha raccontato il genocidio mentre altri media si limitavano a trasmettere immagini di cadaveri senza spiegare cosa stava davvero succedendo. In Afghanistan, prima della caduta del regime talebano, ha intervistato i mujaheddin e poi, dopo l’11 settembre, ha seguito le conseguenze dell’invasione americana con una prospettiva che non si limitava ai comunicati ufficiali. Ha fatto lo stesso in Iran, dove ha affrontato il regime degli ayatollah con domande che altri inviati si guardavano bene dal porre, e in Libia, dove ha coperto la rivolta contro Gheddafi mentre altri network si limitavano a trasmettere video amatoriali. Il suo stile non era quello del cronista neutro, ma di chi credeva che il giornalismo dovesse avere una missione: smascherare le bugie dei potenti, costringere i leader a spiegare le loro contraddizioni e dare voce a chi non aveva voce. Il suo approccio non era moralistico, ma **metodologico**: ogni intervista era costruita per **costringere i leader a rispondere a domande scomode** (es. Bush sull’Iraq nel 2003) Nel **2003**, durante l’intervista a George W. Bush sull’Iraq, **non si limitò a chiedere prove dell’intervento**, ma **sfidò l’amministrazione statunitense a spiegare perché non avesse coinvolto l’ONU**: gli chiese perché, se erano così sicuri della loro giustizia, non avevano coinvolto l’ONU. La risposta di Bush fu evasiva, ma il messaggio