Il ministero dell'Interno ha presentato i numeri come una prova definitiva del successo delle zone rosse, aree urbane dove l'accesso è vietato a chiunque abbia determinati precedenti penali o sia stato segnalato per comportamenti considerati molesti o aggressivi. La cifra di 2,3 milioni di controlli effettuati in meno di due anni descrive un apparato di sorveglianza capillare, giustificato dal dicastero come strumento necessario per il controllo del territorio. Peccato che, dietro la mole di queste statistiche, manchi qualsiasi riscontro oggettivo richiesto da anni da ricercatori e comitati di settore. Le prefetture, infatti, hanno sempre negato l'accesso a dati disaggregati che consentirebbero di analizzare la reale natura degli allontanamenti e l'effettivo impatto di queste misure sulla criminalità locale. Secondo quanto riportato dall'agenzia ANSA, la gestione dei flussi di controllo è rimasta opaca, privando l'opinione pubblica degli strumenti minimi per valutare se le 12.876 persone allontanate rappresentino un pericolo concreto sventato o soltanto il risultato di una discrezionalità normativa che sfugge a ogni controllo di efficacia. Il ministero non ha mai risposto alle sollecitazioni per rendere tracciabili le operazioni, preferendo utilizzare i numeri grezzi come un vessillo politico piuttosto che come una base di analisi scientifica. La discrepanza tra l'ampiezza del dispiegamento di forze dell'ordine e l'assenza di prove sulla Sicurezza percepita o reale solleva dubbi pesanti sulla gestione di queste aree, nate come eccezioni temporanee e trasformate nel tempo in una prassi ordinaria che incide direttamente sulla libertà di circolazione dei cittadini.