300 obiettivi militari colpiti in Siria e Iraq), i rapporti tra Washington e Gerusalemme si sono raffreddati. Netanyahu, isolato all’interno del suo stesso governo, ha cercato di riavvicinarsi a Trump in un incontro alla Casa Bianca a luglio, ma senza risultati tangibili. Ora, con le elezioni in vista, il premier israeliano ha bisogno di un alleato internazionale che possa compensare il calo di popolarità interna: i sondaggi danno il Likud e la coalizione guidata dall’ex generale Gadi Eisenkot alla pari, con meno del 4% di scarto. Netanyahu ha reagito al tweet di Trump con un ringraziamento pubblico, ma il vero valore del endorsement non è tanto nel voto popolare — dove la popolarità di Trump in Israele è altissima, anche se non garantisce necessariamente il trasferimento di consensi — quanto nel segnale geopolitico: un messaggio a Teheran che Israele non è sola, e a Mosca che gli Stati Uniti non hanno abbandonato la strategia di contenimento. Il problema è che la guerra in Iran non è finita. Anzi, è diventata un incubo logistico per entrambi i Paesi. Gli Stati Uniti, già in affanno per le midterm, hanno dovuto ridurre gli aiuti militari a Israele del 15% rispetto