è una novità per la Repubblica Dominicana, ma la portata di questa volta è senza precedenti. Negli ultimi cinque anni, il governo ha già iniettato oltre 8 miliardi in aiuti energetici, con risultati parziali. Nel 2022, un pacchetto simile aveva temporaneamente calmato le acque, ma i prezzi erano risaliti entro sei mesi, spinti dall’aumento dei dazi sull’importazione di carburante e dalla corruzione endemica nelle aste pubbliche. Secondo un rapporto dell’ONG Transparencia Dominicana, il 22% dei contratti energetici stipulati dal 2020 al 2025 sono stati assegnati a società legate a esponenti del partito al potere, il Modern Revolutionary Party (PRM), di cui Abinader è fondatore. Il vero problema, però, non sono i numeri. È la geografia. La Repubblica Dominicana importa l’80% del suo carburante dagli Stati Uniti, dove i prezzi al dettaglio sono ancora influenzati dalle tensioni commerciali tra Washington e Pechino. E mentre Bruxelles discute su come ridurre la dipendenza europea dal petrolio russo, Santo Domingo continua a pagare il prezzo più alto: i costi di importazione sono saliti del 18% solo nell’ultimo trimestre, e le compagnie petrolifere americane stanno approfittando della situazione per bloccare gli sconti promessi. “I nostri fornitori americani ci hanno detto chiaramente – ha rivelato un funzionario del ministero dell’Energia, chiedendo l’anonimato – che senza garanzie di mercato, non ci saranno più prezzi fissi. Ora dobbiamo scegliere: o pagare di più, o accettare che il paese si fermi”. Per l’Italia, la crisi dominicana non è solo un problema