Il provvedimento colpisce duramente le fasce più povere, già sotto pressione da un’inflazione al 18% nel 2025. “Non ci sono alternative”, ha dichiarato il ministro dell’Economia, Marcelo Montenegro, in una conferenza stampa a La Paz, sottolineando che “la Bolivia non può permettersi di finanziarsi con debito estero a tassi usurai”. Le proteste sono già iniziate: a Cochabamba, il 9 settembre, migliaia di lavoratori hanno bloccato le strade per chiedere la revoca della misura, mentre i sindacati minacciano scioperi generali. Il governo ha risposto con un comunicato in cui si afferma che “le misure sono necessarie per garantire la stabilità finanziaria e preparare il Paese a investimenti futuri”. Ma gli economisti locali, come il professor Roberto Laserna dell’Università di San Andrés, mettono in guardia: “Stiamo trasferendo il peso della crisi sui più deboli. I sussidi al carburante non erano un lusso: erano un ammortizzatore per un’economia già fragile”. La Bolivia non è nuova a questo tipo di accordi. Nel 2014, dopo la crisi del gas, il Paese aveva già tagliato i sussidi energetici sotto la presidenza di Evo Morales, ma la misura era stata accompagnata da un aumento