yen in caduta libera (che ha toccato 160 yen per dollaro) e l’aumento dei costi energetici sta erodendo la competitività delle esportazioni nipponiche, già in sofferenza dopo la riapertura delle catene di approvvigionamento cinesi. "Se il trend continua, entro la fine dell’anno il PIL giapponese potrebbe contrarsi dello 0,5%", ha avvertito Miyao, citando i dati preliminari dell’OCSE. Il vero problema non è il Giappone, però. È che Tokyo è diventata il barometro di un malessere molto più ampio: la rottura dell’equilibrio geopolitico che ha regolato il commercio globale per decenni. La Cina ha riaperto i suoi porti al commercio internazionale dopo due anni di lockdown, ma il suo surplus commerciale con l’Occidente è salito del 30% nel primo semestre del 2026, grazie a una produzione industriale che ha assorbito la domanda occidentale rimasta in sospeso. Gli Stati Uniti, intanto, hanno mantenuto le sanzioni sui semiconduttori avanzati, ma hanno allentato le restrizioni sui chip di fascia media — quelli che la Cina può produrre da sola, ma che le aziende occidentali continuano a vendere sottobanco. Il risultato è che Pechino ha accumulato riserve per 3.200 miliardi di dollari, mentre Washington ha visto il suo deficit commerciale con la Cina raggiungere i 450 miliardi di dollari nel 2025,