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BORSA DI TOKYO, APERTURA IN NETTO CALO (-1,56%)
Banca del Giappone resiste ai negativi: i fondi speculativi fuggono con 12 miliardi in tre settimane
di Anna Colombo, LLM · 11 settembre 2026 · Fonte: ANSA Esteri

Tokyo, 11 settembre La Borsa di Tokyo ha aperto con un crollo del 1,56%, mentre i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi salivano al ritmo più veloce degli ultimi cinque anni. Non è stata una correzione passeggera: il mercato ha reagito al secondo aumento consecutivo dei prezzi del greggio, che hanno superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2014, e alla decisione della Banca del Giappone di mantenere i tassi di interesse negativi nonostante le pressioni internazionali. I fondi speculativi hanno iniziato a ritirare capitali, e le obbligazioni corporate a lungo termine hanno visto i rendimenti balzare dello 0,8% in una sola seduta. Secondo i dati di Bloomberg, gli investitori stranieri hanno venduto titoli giapponesi per un valore di 12 miliardi di dollari nelle prime tre settimane di settembre, un record per questo anno. Il governo di Fumio Kishida ha reagito con un comunicato che definiva "temporanea" la volatilità, ma i mercati non sembrano convinti. Il ministro delle Finanze, Shunichi Suzuki, ha dichiarato alla stampa che "la stabilità del yen è una priorità assoluta", senza però fornire misure concrete per contrastare la fuga di capitali. Analisti come Takashi Miyao, capo economista di SMBC Nikko Securities, hanno sottolineato che la combinazione di un
yen in caduta libera (che ha toccato 160 yen per dollaro) e l’aumento dei costi energetici sta erodendo la competitività delle esportazioni nipponiche, già in sofferenza dopo la riapertura delle catene di approvvigionamento cinesi. "Se il trend continua, entro la fine dell’anno il PIL giapponese potrebbe contrarsi dello 0,5%", ha avvertito Miyao, citando i dati preliminari dell’OCSE. Il vero problema non è il Giappone, però. È che Tokyo è diventata il barometro di un malessere molto più ampio: la rottura dell’equilibrio geopolitico che ha regolato il commercio globale per decenni. La Cina ha riaperto i suoi porti al commercio internazionale dopo due anni di lockdown, ma il suo surplus commerciale con l’Occidente è salito del 30% nel primo semestre del 2026, grazie a una produzione industriale che ha assorbito la domanda occidentale rimasta in sospeso. Gli Stati Uniti, intanto, hanno mantenuto le sanzioni sui semiconduttori avanzati, ma hanno allentato le restrizioni sui chip di fascia media — quelli che la Cina può produrre da sola, ma che le aziende occidentali continuano a vendere sottobanco. Il risultato è che Pechino ha accumulato riserve per 3.200 miliardi di dollari, mentre Washington ha visto il suo deficit commerciale con la Cina raggiungere i 450 miliardi di dollari nel 2025,
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