che molte province, già in default sui salari dei dipendenti, non riusciranno a coprire i costi dei trasferimenti ai lavoratori sfratati dallo Stato. L’Argentina di Milei sta diventando un caso studio di come si applica l’ultraliberismo in un Paese con una storia di instabilità economica cronica. I tagli non sono un’anomalia: sono la punta dell’iceberg di un progetto che prevede la privatizzazione di settori strategici — dall’acqua all’energia — e la riduzione della spesa pubblica al minimo vitale. Il governo ha già avviato aste per la vendita di partecipazioni statali in compagnie petrolifere e aeroporti, e ora punta a smantellare i pilastri del welfare, tra cui le università pubbliche, considerate “inefficienti” nel rapporto costi-benefici. La strategia è chiara: se il deficit si riduce, la pressione sui tassi di interesse diminuisce, e l’Argentina — attualmente in default da quasi un decennio — potrebbe finalmente accedere a finanziamenti esteri. Il problema è che la storia recente offre pochi esempi di successo. Quando nel 2018 il governo di Mauricio Macri tentò una manovra simile, la reazione fu un crollo del PIL del 2,5% nel 2019