Secondo i dati raccolti dal quotidiano, il termine medio di pagamento si attesta a sessanta giorni, ben oltre i trenta previsti dalla direttiva Europea recepita con il decreto legislativo 231 del 2002 e i sessanta massimi per le transazioni tra imprese private. Nella pratica, i grandi gruppi — dalla grande distribuzione all'automotive, dall'energia alle telecomunicazioni — allungano i tempi fino a novanta e centoventi giorni, sapendo che il fornitore piccolo non può permettersi di perdere il cliente. Chi subisce il ritardo si ritrova a coprire il buco di Cassa ricorrendo al fido bancario, al factoring o allo sconto fatture: costi che si mangiano il margine operativo. Chi paga tardi, invece, trattiene la liquidità, la impiega a tasso zero o la investe a rendimento, guadagnando due volte: sul prezzo d'acquisto strappato al ribasso e sul tempo concesso dalla propria posizione dominante. Le soluzioni di mercato citate — factoring pro soluto, supply chain finance, piattaforme di dynamic discounting — spostano il costo sul fornitore: è lui che accetta lo sconto per incassare subito, è lui che paga la Commissione alla Banca o alla piattaforma. Lo Stato, che pure ha introdotto l'obbligo di segnalare i tempi di pagamento nel bilancio e sanzioni per i ritardi gravi, incassa zero: le multe sono rare, i controlli inesistenti, la moral suasion inutile.