i suoi 12.000 spettatori al massimo, è stato la scelta giusta per un artista che — stando alle ultime interviste — ha dichiarato di "avere abbastanza di tutti gli effetti speciali". Il setlist ha sorpreso i fan più nostalgici: nessuna cover di Desert Rose (che avrebbe venduto biglietti a palate), nessuna rilettura di If You Love Somebody Set Them Free. Invece, 90 minuti di brani acustici tratti dall’album The Dream of the Blue Turtles (1985) e dal suo ultimo lavoro solista, Songs from the Labyrinth (2024), con arrangiamenti che ricordano i primi anni di carriera. "Ho sempre creduto che la musica sia un dialogo, non uno spettacolo", ha spiegato Sting in un’intervista esclusiva a The Guardian prima del concerto. "Quando hai 73 anni, non hai più voglia di fingere che il palco sia un palcoscenico. È solo un posto dove suonare." Il ritorno di Sting a Roma non è solo un fatto musicale, ma un sintomo di una tendenza più ampia: quella dei leggende rock che, dopo decenni di tour da stadio, tornano a suonare in sale più intime. Non è un