risalenti al XVIII secolo ma restaurati con tecniche moderne, presentano ora i loro intarsi originari, mentre l’altare ligneo—unica testimonianza architettonica della cella dove Francesco d’Assisi avrebbe composto il Cantico delle creature—è stato consolidato con metodi che evitano interventi invasivi, come spiegato dal direttore dell’Opificio, Lorenzo Marini: “Abbiamo usato leganti a base di cellulosa, per non alterare la struttura originale. Il legno risale al 1228, ma la sua integrità è stata compromessa da umidità e interventi ottocenteschi di ‘restauratori’ che lo avevano rinforzato con chiodi di ferro”. La citazione, seppur tecnica, rivela un dettaglio cruciale: il legno è stato “salvato” da un danno causato proprio da precedenti restauri pubblici, finanziati in epoche diverse. Nessuna menzione, però, ai costi sostenuti dallo Stato per quegli interventi fallimentari—dati che, secondo fonti interne al MIC, ammontano a oltre 800.000 euro tra il 2010 e il 2015, mai contabilizzati nel bilancio dell’Opificio. La Cella, definita “un laboratorio di storia materiale” dal professor Carlo