allo stile di Arsène Lupin, cerca di sostituirsi al vero ladro per rubare un tesoro storico. La trama, come tutte le precedenti, si regge su un equilibro precario tra suspense da thriller e nostalgia per un personaggio che, dopo quattro stagioni, ha perso gran parte della sua aura di ribelle. Il problema non è la scelta narrativa — che, in sé, non è né rivoluzionaria né dannosa — ma il contesto in cui viene proposta. Netflix, da anni, ha trasformato Lupin in un product da vendere a un pubblico globale, e il quarto capitolo non fa eccezione. Il budget, come sempre, è cospicuo: si parla di 15 milioni di dollari a episodio, una cifra che copre sia le location di lusso (tra cui i palazzi parigini e le dimore storiche italiane) sia gli effetti speciali, ormai diventati un must per giustificare il prezzo del binge-watching. Il vero paradosso, però, è che il personaggio di Sy — un ex detenuto che usa la sua intelligenza per sfidare l’ordine sociale —