Emanuele Trevi ci regala un’opera che incanta per la sua duttilità: passa con naturalezza dal tono serio a quello ironico, sfiorando vette di riflessione filosofica. Nonostante le poche pagine, 'Mia nonna e il Conte' possiede quella densità che spinge a rileggerlo, per ritrovare una leggerezza fatta di sapienza e gioco tra le parole. Il racconto ci conduce in Calabria, dove un giovane scrittore trascorre le estati tra le braccia della nonna Peppinella e il suo seguito di donne, tra cui la devota Delia e la semplice Carmelina. In questo borgo sospeso, dove i rintocchi della chiesa scandiscono l'inevitabile scorrere del tempo — che ci trascina via come acqua piovana in una grondaia — irrompe improvvisamente la figura del Conte. Un signore di stirpe svizzera, ma anima napoletana e cultore dei Borboni, che con i suoi inchini e il suo fedele factotum apporta una nota esilarante alla quotidianità domestica. È divertente osservare il contrasto tra le erudite aneddotiche del Conte e l'ingenuità di Peppinella, per la quale i Borboni si confondono con i barboni. Resta indelebile l'episodio della festa a Eboli, un sogno da Cenerentola destinato a svanire, poiché la felicità, come suggerisce l'autore, tende a allontanarsi proprio mentre la ricordiamo. Il tutto è incorniciato da sprazzi di contemporaneità, come la visione religiosa di 'Beautiful', capace di coinvolgere persino l'aristocratico ospite.