di spesa pubblicato sul sito della Direzione centrale per la comunicazione istituzionale. «È un investimento in immagine», ha spiegato una fonte vicina al dicastero, «per mostrare al Paese il lavoro che facciamo». Il problema non è il budget, ma il pubblico: Straordinaria non è un film pensato per essere proiettato in sale cinematografiche o distribuito su piattaforme streaming. È un prodotto ad hoc, destinato a essere utilizzato come strumento di propaganda interna, proiettato durante i corsi di formazione o nelle cerimonie ufficiali. Eppure, la sua presenza a Venezia — dove ogni anno vengono premiati film che costano decine di milioni e impiegano mesi di riprese — non è casuale. È una scelta politica, che riflette una logica perversa: il cinema italiano continua a premiare opere che costano milioni e non dicono nulla, mentre un film finanziato con fondi pubblici e realizzato da chi lavora per lo Stato viene ignorato o ridicolizzato. Il corto, girato in formato 16:9 e con una colonna sonora minimalista composta da un ex militare in pensione, ha ricevuto due candidature ai Nastri d’Argento — miglior cortometraggio e miglior regia esordiente — ma nessuna menzione nei premi assegnati dalla critica. La giuria del festival, presieduta da Valeria Golino, ha preferito premiare opere come Il tempo che ci unisce, un dramma familiare girato in 4K con un cast