Il riferimento è vago, ma non casuale: Bertolucci, vincitore dell’Oscar per L’ultimo imperatore (1987) e simbolo di una cinematografia italiana che ha saputo dialogare con il globale senza rinunciare a una forte identità autoriale, rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per chi parla di eredità culturale. Il problema è che The Echo Chamber, oltre a non citare esplicitamente i riferimenti bertolucciani, ignora due elementi chiave del suo romanzo omonimo: il premio della Saltire Society, che nel 2011 lo consacrò come «miglior esordio scozzese», e il coinvolgimento di Natasha Soobramanien, autrice di due capitoli del libro, mai menzionata nel film. La scelta di Pallaoro di trasformare un romanzo letterario — che già di per sé giocava con i confini dell’autorialità — in un film senza traccia dei suoi debiti editoriali non è solo un dettaglio tecnico. È una strategia narrativa che riflette, forse involontariamente, su come la cultura italiana contemporanea gestisca i propri riferimenti: preferisce citare i grandi nomi (Bertolucci, in questo caso) piuttosto che affrontare le questioni di equità e riconoscimento che emergono quando si parla di collaborazioni non accreditate o premi assegnati in contesti specifici. Il romanzo, vincitore di un premio scozzese, non è mai