e i semi utilizzati per l’avvelenamento erano stati raccolti a pochi metri dal luogo di lavoro della cugina di Di Vita, un dettaglio che gli inquirenti stanno incrociando con le indagini su possibili moventi e contatti tra la vittima e l’ambiente circostante. La scoperta della ricina non solo conferma l’ipotesi di un omicidio premeditato, ma apre anche una riflessione sulla facilità di accesso a sostanze letali. «La ricina è un veleno estremamente potente, ma non regolamentato come altri composti tossici», spiega Locatelli. «Non serve una licenza per acquistare semi di ricino, e la sua estrazione può essere effettuata anche in ambienti domestici». Le autorità giudiziarie stanno ora verificando se Di Vita avesse avuto accesso a tali piante o se fossero state fornite da terzi. Il caso, già oggetto di un fascicolo per omicidio aggravato dal metodo velenoso (articolo 57, comma 1, lettera b, del codice penale), potrebbe ora essere inquadrato anche nella fattispecie di «avvelenamento con sostanze tossiche» (articolo 580 del codice penale), reato che prevede pene più severe per la premeditazione e la scelta di un metodo cruento. Il profilo tossicologico della ricina, tuttavia, non è l’unico elemento che rende questo caso eccezionale. La scelta di avvelenare due persone in un arco temporale ristretto — la donna denunciata per tradimento e, successivamente, il marito — suggerisce una pianificazione