in riserve nazionali o parchi marini di piccole dimensioni, mentre la pesca a strascico — pratica che distrugge i fondali e cattura involontariamente specie non target — copre ancora il 70% delle zone economicamente sfruttabili. Greenpeace cita in particolare il caso della piattaforma di pesca norvegese Goliat, operativa nel Mare di Barents, che nel 2025 ha trascinato sul fondo 200 tonnellate di corallo e spugne antiche centinaia di anni, senza che le autorità internazionali intervenissero per sospenderne le attività. La stessa ONG denuncia che i fondi destinati alla tutela degli oceani — 1,2 miliardi di dollari l’anno secondo le promesse della COP15 di Montréal — vengono spesso deviati verso progetti di "conservazione" di facciata, come l’acquisto di crediti carbonio marini o la creazione di "corridoi blu" su carta, senza alcuna tutela effettiva delle specie. Il problema non è tecnico, ma economico. La pesca industriale, il turismo balneare di massa e l’estrazione di minerali dai fondali oceanici (come il nichel per le batterie elettriche) generano profitti che superano di gran lunga i costi di una transizione verso pratiche sostenibili. Nel